È stata questa la domanda al centro de La conversazione mancante. Un terreno comune sulla migrazione, il tavolo di lavoro promosso presso la Casa di The Human Safety Net insieme all'Istituto Affari Internazionali e Second Tree in occasione della Refugee Week Italia.
Attorno allo stesso tavolo si sono confrontati Alessia Di Pascale (Full Professor, Università Statale di Milano), Roberto Lancellotti (autore "Dialogo sull'immigrazione", già CDA INPS), Camilla Orlandi (Responsabile Migrazione, ANCI), Claudia Pasotti (National Lead, Pathways International), Andrea Pecoraro (Senior Associate, UNHCR), Stefano Rovelli (Programme and Social Innovation Manager, The Human Safety Net), Marco Simoni (Direttore, Istituto Affari Internazionali) e Simona Torre (Direttore Generale, Fondazione Accenture).
Un dialogo nato dalla consapevolezza che, pur partendo da prospettive e mandati diversi, esiste una convergenza sempre più evidente su un punto: l'Italia ha bisogno di percorsi di migrazione regolare, sicura e ben governata.
Oltre la contrapposizione
Uno dei temi ricorrenti della discussione è stato il limite dell'attuale dibattito pubblico. Per molti anni il confronto sulla migrazione è rimasto confinato a una dimensione prevalentemente morale o identitaria, nella quale dati, evidenze e argomentazioni razionali si sono dimostrati spesso insufficienti a costruire consenso.
Eppure, accanto alla dimensione umanitaria, emerge sempre più chiaramente anche una dimensione economica e demografica. L'invecchiamento della popolazione, la carenza di lavoratori in numerosi settori e il fabbisogno di competenze rendono la mobilità internazionale una questione che riguarda il futuro del Paese, non soltanto le politiche migratorie.
Spostare la conversazione anche su questo terreno non significa rinunciare ai diritti, ma ampliare il quadro attraverso cui leggere il fenomeno.
Dal tema dell'immigrazione al tema del lavoro
Un altro elemento condiviso riguarda il ruolo del lavoro come fattore di integrazione. Esperienze come i labour pathways dimostrano che percorsi strutturati di inserimento lavorativo possono produrre benefici sia per le persone rifugiate sia per le comunità che le accolgono. Quando una persona lavora, diventa autonoma più rapidamente, contribuisce all'economia locale e costruisce relazioni sul territorio.
In questo senso, parlare di diritto al lavoro può rappresentare un terreno meno divisivo rispetto al dibattito sull'immigrazione in sé, permettendo di costruire alleanze tra soggetti che tradizionalmente dialogano poco: istituzioni, imprese, organizzazioni umanitarie e amministrazioni locali.
Una narrazione da costruire insieme
Se esiste una convergenza crescente sulle soluzioni, resta invece aperta la questione della comunicazione. Molti dei partecipanti hanno evidenziato come oggi convivano strategie differenti. Da una parte c'è chi preferisce sviluppare percorsi di mobilità in modo discreto, evitando di alimentare conflitti nel dibattito pubblico; dall'altra chi ritiene necessario rivendicare apertamente il diritto alla mobilità e raccontarne il valore.
Entrambe le strategie nascono da obiettivi comuni, ma raramente trovano uno spazio di confronto reciproco.
È emersa quindi l'esigenza di costruire una narrazione più condivisa, capace di superare sia il linguaggio dell'emergenza sia quello della contrapposizione. Una narrazione che tenga insieme diritti, bisogni del mercato del lavoro, sostenibilità dei sistemi di accoglienza e benefici per le comunità.
Il ruolo delle imprese
Tra gli spunti più interessanti emersi dal confronto vi è il crescente ruolo del settore privato. Sempre più aziende sono coinvolte nei percorsi di inserimento lavorativo delle persone rifugiate e possono contribuire a spostare il dibattito da una logica esclusivamente emergenziale a una prospettiva orientata all'inclusione e allo sviluppo.
L'integrazione lavorativa non rappresenta soltanto una risposta a un bisogno umanitario, ma anche un investimento che crea valore economico e sociale.
La conversazione che serve
Non è emersa una soluzione unica, né era questo l'obiettivo dell'incontro.
Il valore del tavolo è stato piuttosto quello di mettere in dialogo prospettive che raramente si confrontano, facendo emergere un terreno comune spesso più ampio di quanto il dibattito pubblico lasci intendere.
La migrazione continuerà a essere una delle grandi sfide dei prossimi anni. Affrontarla richiederà strumenti giuridici efficaci, politiche pubbliche coerenti, collaborazione tra pubblico e privato e una comunicazione capace di raccontarne la complessità senza alimentare nuove polarizzazioni.
Forse la conversazione mancante è proprio questa: creare uno spazio in cui interessi diversi possano riconoscere obiettivi condivisi e costruire insieme soluzioni più efficaci per le persone e per il Paese.